Mai più senza fucile

Martina Corgnati

 

Non ce lo saremmo mai aspettati, in questo nostro mondo evoluto, avanzato, informato e civilizzato. Invece, quasi all’improvviso, veniamo a scoprire che alle minacce presenti, alle sempre nuove potenzialità distruttive che la tecnica continuamente mette in campo e impone come al mondo sotto forma di soglia sempre nuova da superare, si aggiungono gli incubi del passato, la sopraffazione pura, tribale, arcaica, ma non per questo meno crudele. Strano: la nostra buona educazione, la nostra political correctness ci aveva insensibilmente spinto a chiamare “abitudini” o finanche “tradizioni” certe pratiche di sopruso, di offesa o perfino di mutilazione e di deformazione permanente operate ai danni di malcapitati/e locali che, da qualche parte, venivano praticate. Ma, proprio perché le avevamo chiamate così, ci eravamo in fondo convinti che si trattasse di qualche particolarità lontana, qualche fenomeno residuale e marginalissimo, in via di estinzione naturale come gli aborigeni d’Australia, illuminati e quindi assimilati grazie alla nuova, irresistibile ondata del post-illuminismo tecnocratico. Invece no, che sorpresa. Magari gli aborigeni si sono estinti davvero, e magari non in maniera così naturale, ma questo genere di pratiche continua, anzi si estende. Per esempio sembra che nel mondo le donne che hanno subito l’infibulazione siano circa 130 milioni e che 40.000 di queste vivano in Italia. Insomma, più o meno gli abitanti della città di Vercelli e qualcuno di più di quelli di Treviso. Ci colpisce anche che un lavoratore incensurato di origine pachistana residente vicino a Brescia, abbia potuto sgozzare la figlia ventenne perché vestiva all’occidentale e non voleva sottostare ai diktat preparati per lei della tradizione; emulato, poco tempo dopo, da un altro, questa volta marocchino, a Pordenone e altri ancora. Ai mostri della violenza tecnica, delle bombe intelligenti, dei war-games veri e della proliferazione nucleare, si sommano altri mostri che sembravano scomparsi o superati per sempre: feroci clan familiari impegnati in radicali pulizie etniche, crudeltà domestiche, stupri di massa, abiti che feriscono, altri che umiliano, altri che deformano. E, guarda caso, grandissima parte di questi dinosauri brutalmente ritornati ad infestare il mondo, sono nati e concepiti per attacchi o azioni selettive,e rivolte esclusivamente contro le donne. Donne? Sì, donne! è a loro che sono dedicate si può dire in esclusiva la discriminazione sociale di tutti gli integralismi di ritorno, la cecità o il mutismo obbligato delle società neo-tribalizzate, le torture rituali, antiche e moderne, qualche volta con complicazioni estetiche, altre volte religiose, altre volte iniziatiche. È a su di loro che si scatena la frustrazione e il fallimento personale dei maschi messicani di Ciudad Juárez, l’infamia del dowdy crime che i tribunali indiani non riescono a condannare, il disprezzo di padri e fratelli di Peshawar o dei villaggi più poveri nel delta del Nilo, il funesto rigore dei talebani di Kandahar. E se per caso ci incorresse di pensare che tutto questo altro non fosse che una malaugurata deformazione indotta dalla stressante modernità e che nelle società tradizionali le cose andassero ben diversamente, ahimè un’amara delusione ci attende: i piedi deformati (fior di Loto) delle dinastie cinesi Song, Ming, Qing; i collari di rame dei Pandaung birmani che allungano il collo (solo quello femminile, ça va sans dire: il risultato, la cui cervice non più in grado di sostenersi da sola, resterà incarcerata tutta la vita in collari metallici pesanti molti chili, si chiama donna-giraffa); le gogne per esporre le streghe (prima di bruciarle, come accade ancora in diversi luoghi del mondo); piattelli labiali dell’Etiopia che deformano il labbro inferiore. E chi più ne ha più ne metta. Gran parte di queste torture tradizionali è sopravvissuta integralmente e serenamente ai bulldozer della contemporaneità senza nemmeno che i più politicamente avanzati dei suoi/nostri interpreti protestassero troppo. Si tratta solo di donne, alla fine. C’è stato il femminismo, è vero, ma ormai non è molto più di un residuato bellico inutilizzabile nei termini che andavano per la maggiore trent’anni fa e che, oltretutto, visto sullo sfondo del mondo intero, in altre parole della realtà globalizzata, e non soltanto su quello dell’occidente, non appare più che un’increspatura circoscritta e limitata, le cui conseguenze resistono, per il momento, in costumi e leggi statunitensi, europee e poco altro. Insomma: sembra proprio un destino, una di quelle grandi parabole storiche di fronte a cui non resta che arrendersi, abbandonandosi alla corrente. Qualcuno però non riesce a stare fermo e imbraccia quello che può, che ha a portata di mano, armi, penna, pennello o mouse. Perché è nell’arte e nella cultura che fioriscono ancora zone di sensibilità, di attenzione e di intelligenza storica. Sandra Zorzi abita, ha sempre abitato, una di queste zone. Per questo ha deciso di dedicare un intero, spumeggiante ciclo di lavori a queste Gabbie per signora, antiche soprattutto ma anche moderne che sono in fondo così di moda, anzi non hanno quasi mai smesso di esserlo. La situazione, infatti, si pone in termini diversi dal passato e merita una riflessione speciale : non si tratta più dei “soliti cattivi”, strapotenti e perversi, che, per farsi ancora più largo intorno, menano botte da orbi facendo secche frotte di poveretti, deboli, non in grado di difendersi. No. Piuttosto qui sono cattivi un po’ tutti. Forti ma anche deboli. Antichi e moderni, società tribali e società avanzate si ritrovano fondamentalmente d’accordo su un punto, la sottomissione violenta delle loro dolci metà. “La civiltà di un paese si misura dal trattamento riservato alle donne” diceva non troppo tempo fa Hilary Clinton. Ma evidentemente in pochi la ascoltano o piuttosto tutti si sono abituati a convivere con “gradi” abbastanza bassi. Un po’ come nella città di Ubu, dove la crudeltà è efferata e la carneficina grottesca e dove sulla tragedia prevale il disgusto; oppure nella filmografia del controverso, antipatico e ultimamente alquanto dimenticato Gualtiero Jacopetti, dove quanto di peggio si potesse trovare in materia di donne e di violenza, di sadismo e di orrore, dall’Africa alla Polinesia alla Patagonia, finiva tutto puntualmente e disordinatamente affastellato, in crescendi bizzarri, esotici e crudeli che sfruttavano probabilmente l’effetto shock di immagini disordinate, volutamente “forti”, ma avevano anche colto un nervo scoperto nel contraddittorio rapporto tra tradizione e globalizzazione sfrenata, in fortissimo anticipo su tutti gli altri. Sandra Zorzi non ha mai amato le provocazioni di facile effetto e non ha mai cercato di cavalcare le mode dell’orrido ma sa tenere gli occhi aperti e, per senso di responsabilità, ha sempre cercato di fare in modo che, per quanto possibile, li aprissero anche gli altri.

 


 

Al termine della sezione immagini ci sono altri testi:

"Algo-ritmi d'arte" di Carlo Momtanaro

"Ad occhi aperti" di Martina Corgnati

"Del corteggiamento e della trappola" di Enrico Mascelloni