Interni di Babelopoli

Martina Corgnati

 

 

Interni di Babelopoli, perché? cominciamo dalla fine. Babelopoli, fortunata crasi di Babele e Paperopoli, è, com’è noto, la città immaginaria scelta da Alessandra Zorzi anni fa come ambiente e sfondo delle sue storie dipinte e ricreate nei microchip del computer."… si riemerge sull’orizzonte di città polietniche" scrivevo anni fa a proposito di Babelopoli, "multispecifiche, stratificazioni multiple di storie varie, che affondano nel passato remoto e includono il futuro possibile. Babelopoli è una di queste città: nel suo piano regolatore convergono istanze e motivi già presenti a Babele e altri caratteristici invece di Paperopoli". Alessandra Zorzi di formazione è architetto e, in quanto tale, ha sempre dedicato uno speciale interesse e fervore alla ricostruzione immaginaria del paesaggio urbano tanto nelle componenti fumettistiche, il colore, le forme giocose e ludiche, l’elastica duttilità di spazi ed edifici, quanto in quelle mitiche, l’ambizione perversa, la tensione all’impossibile, il caos. Da questo punto di vista la sua città è da interpretarsi propriamente come studio di una allucinante polis postmoderna, il luogo della vita male-associata, dove i nodi vengono al pettine e prendono forma secondo questa particolare, e alquanto caotica, configurazione. Ma, al tempo stesso, la sua è una versione, ancora una volta niente affatto semplice, della tradizionale pittura di paesaggio, che dall’affresco del Buongoverno dei Lorenzetti si addentra profondamente nella modernità, fino alla Città che sale di Boccioni e oltre ancora. Naturalmente la città di Alessandra Zorzi, come quasi tutte le città dell’arte, non esiste. È una combinazione del piacere aggregativo e combinatorio di forme e della tipica spazialità a tunnel che si apre attraverso lo schermo del computer. Invasiva e claustrofobica, essa cresce e si propaga nello spazio virtuale con la rapidità e la pregnanza delle ossessioni e degli incubi ma altrettanto rapidamente decade e precipita, lasciando poche tracce della sua storia e della sua passata grandezza. Parafrasando Marc Augè, si potrebbe dire che l’arte, e in particolare la computer art, produce da questo punto di vista poche rovine. Ma di questo Alessandra Zorzi giustamente non si preoccupa; anzi, ligia al suo compito di pianificatore responsabile, ha osservato Babelopoli innanzitutto all’esterno, trattandola come teatro di avvenimenti tanto pittorici quanto digitali, come sfondo e quinta di un “contenuto” che le interessava esprimere. Oggi invece, metaforicamente, l’attenzione si sposta all’interno, dentro le dimore immaginarie che compongono questo luogo mentale e creativo, dove presente e passato convergono e implodono l’uno nell’altro. Forse oggi per Alessandra Zorzi l’architettura come progetto e come organizzazione di uno spazio possibile conta meno della narrazione, della multiforme epifania del fatto umano nella sua infinita, irresistibile varietà; e per questo l’artista avrebbe rinunciato alla distinzione originaria fra paesaggio e storia, fra pietre e uomini, fra forma permanente, progettata, e contenuto accidentale, dinamico, effimero. È nata così l’ultima serie di pastelli, disegni e tempere che danno il titolo a questa mostra. Pur senza perdere interesse per la dimensione fumettistica, per una certa valenza apparentemente ludica e talvolta grottesca di certi personaggi, l’artista li forza in un concentrato di sviluppi lineari e in qualche misura plastici che nel tempo ha acquistato sempre di più un carattere autonomo da ogni rappresentazione riconoscibile, e tende ormai alla pura astrazione. Horror vacui: Alessandra Zorzi sembra essersi ispirata a certi pannelli medioevali in rilievo, specie alcune visioni infernali due e trecentesche, dove la dannazione si esprime appunto come caos e il dolore come mancanza di forma. I suoi personaggi soltanto raramente mantengono una loro corporeità piena e una loro struttura definita, più frequentemente si intrecciano l’uno nell’altro, si dilatano in un agglomerato unitario di gonfiori e di strozzature, di infiorescenze e gemmazioni dal sapore organico e le ombreggiature profonde e distese su campiture tendenti al monocromo (una scelta che accentua le affinità col rilievo piuttosto che con la pittura). C’è violenza, indubbiamente, alle spalle di queste elaborazioni, o meglio un orrore della violenza consumata quotidianamente e riflessa per inerzia sulle pagine dei giornali; in particolare l’abuso esercitato verso le donne e l’universo femminile. Una violenza sistematica, insistente, che si consuma spesso negli “interni”, nella sopraffazione e nell’abuso segreto, protratto nel tempo fino al climax che raggiunge le pagine di cronaca e viene subito dimenticato. Una violenza che in occidente assume spesso le fattezze della patologia familiare ma altrove è addirittura ideologia, habitus, forma mentis. A questo disagio, a questa emozionata indignazione Alessandra Zorzi replica con il ritorno alle grandi rappresentazioni del Medioevo maturo, le bolgie di dannati e i demoni senza volto delle pestilenze; insiste sulla dimensione collettiva della sopraffazione, impersonale, massificata o si potrebbe dire indifferente nel senso leopardiano della natura. Non è quella donna, quell’evento, quel problema, sono tanti (tutti) i problemi, le donne, gli eventi; tutti quelli che ci sono stati e ancora potrebbero esserci e ci saranno. La valenza appunto collettiva dell’intenzione espressiva compromette e altera la forma dei corpi, ne fa una specie di primordiale agglomerato, un magma prima (o dopo) la distinzione. C’è un implicito richiamo surrealista in tutto questo, per esempio ai disegni automatici di Andrè Masson, soprattutto quelli a sfondo erotico, dove era stata cercata e raggiunta una densità e un punto di concentrazione simile; oppure alle creature ibride e perverse del primo Giacometti, mantidi e donne insieme, manichini e corpi immortalati sul crinale dell’informe batalliano. Come questi autorevoli precedenti, anche i disegni di Alessandra Zorzi non mancano di eleganza, nei tratti curvilinei delineati da una mano che scorre sapientemente e con morbidezza sulla superficie, fino a occluderla tutta. C’è una bellezza del segno e della forma indipendentemente dalla sua pregnanza narrativa ma colta soprattutto nel suo valore estetico di arabesco, di motivo, di traccia astratta. Ma oltre l’eleganza, anzi forse proprio attraverso questa, si intuisce la pregnanza e l’intensità di una riflessione volta oggi soprattutto a disarticolare i nessi, a valorizzare il caos anche nella sua dimensione estetica, ad affrontare l’entropia che assedia il mondo con la piena coscienza della lezione di Bataille e dei surrealisti e, insieme, un’affezionata cura dei propri mezzi espressivi tradizionali, pittura e disegno. Per spingere lo sguardo proprio dove è più difficile vedere, nel cuore del rimosso delle nostre storie individuali e della nostra epoca come costruzione sociale e mitica.

 

 

Al termine della sezione immagini ci sono altri testi:

Presentazione di Carlo Micheli

"Ritorno al futuro" di Martina Corgnati