Vuoto come volo. L’ossessione della presenza

 Marco Goldin

 

Alessandra Zorzi ha scritto in biografia della sua esperienza di pilota. Di pilota d'aereo, dunque. Attribuendo, evidentemente, a questo aspetto della sua vita una importanza non secondaria anche per la pittura. Ho una simpatia istintiva per chi non lascia che il mondo della pittura termini dentro il muro della pittura, e tutto vi sia lì costretto, ammucchiato. Per chi si concede anche a sogni diversi, e anzi coltiva quei sogni come una sorgente ultimativa per il colore. Apparentemente lontana ma immodificabile, soltanto vera e lucente e miracolosa. Perché è più bello raccontare quello che nell'esserci scompare, e nella scomparsa e già essenza, resistenza. Già molte volte Alessandra Zorzi mi ha invitato a volare con lei, ma l'eccessiva distanza geografica che ci separa non mi permette di alzarmi il mattino, aprire la finestra, vedere il cielo azzurro e dire, si oggi e proprio il giorno giusto per volare. Preparare uno zaino e correre alla pista di decollo. Ci sarebbero quasi quattrocento chilometri da fare per arrivare a quella pista di decollo, e presumo di atterraggio. Un po' troppi per pensare che nel frattempo la situazione meteo potrebbe cambiare, e io trovarmi a metà strada, tra Sommacampagna e Desenzano, a ipotizzare, al posto del volo, una gita sul lago di Garda. Così il mio volo con lei non e ancora avvenuto, e ho il forte sospetto che mai avverrà. Eppure, questo mi mette nella condizione di immaginare senza conoscere, di vedere senza aver visto. Il volo è una cosa senza fiato, da buttarsi a capofitto e non sentire il limite della distanza. Ho pensato che il volo è un grande vuoto da riempire, ma non una volta per sempre, altrimenti il volo, la seconda volta, già non avrebbe più senso. E’ una presenza tradotta in una virata, in un breve stallo, nella ripresa a salire. Quando però si torna a volare, non c’è più nulla di come era prima, e ancora, soltanto, un grande vuoto da riempire. E a tutto quel vuoto corrisponde, per antinomia, un grande pieno. La pittura di Alessandra Zorzi e completamente impregnata del senso del volo, l'idea dell'atterraggio, dell'ammaraggio quasi, perché dall'alto si ha più chiarezza della dispersione di noi, della nostra frantumazione e poi ostensione in un moto di circolarità perenne, che centrifuga i corpi come le verità. Lascio che siano altri ad analizzare la sovrabbondanza dei simboli, la loro resa in termini psicanalitici, e invece mi tengo stretto a questa decisione forte, alla quale tutto e sottomesso, di occupare in ogni modo, e in ogni angolo anche il più remoto, lo spazio. Come alla tersità del volo azzurro, del volo vuoto, non potesse succedere che un'orgiastica pienezza, la clamante ossessione di mascheramento e tatuaggio. Essere e vivere. E il compasso stilistico, e degli abbandoni, va da un massimo di contemporaneità, come potrebbero essere i graffitisti newyorchesi, fino al capo opposto del secolo, a incocciare quel nodo turbinoso e tempestoso che nel secondo decennio, brevemente, triturò insieme la poetica del Cubismo, dell'Espressionismo e del Futurismo. Fra tutti, forse Robert Delaunay e ancor di più Ludwig Meidner stanno quali precedenti sostanziali per questa pittura. Le visioni travolte, spezzate, che Meidner desunse, tra 1913 e 1914, dalle vedute con la Tour Eiffel che Delaunay dipinse due anni prima. Vedute e visioni apocalittiche, segmentate, frante, aguzze, tali da anticipare il dramma e l'orrore della Prima Guerra Mondiale ormai alle porte. Così, a volo d'uccello, quasi per un pierfrancescano singhiozzo, si vedono le scene convulse, mai ridenti e mai disperate, di Alessandra Zorzi. Quasi la prospettiva non esistesse più, o non fosse mai esistita. E anziché le distanze, ormai confuse, inattendibili, non visitabili, la tangenza irrisolta di uno sguardo e una lingua, un sesso e una gondola, un cannone e una Pietà. Spostamento continuo, spaesamento continuo, e sulla tela restano le stigmate del colore, l'abrasione folle di una storia che deve sempre ricominciare perché nessuna storia, effettivamente, è mai cominciata. La presenza di tutti diventa la presenza di nessuno, e l'occlusione dello spazio ritorna il vuoto dello spazio. Come un silenzio sovrumano si posasse su questo brusio sconclusionato, dove San Francesco sul giaciglio di morte e vicino alla donna con la tunica rossa. La ricchezza della narrazione, il suo barocco rintocco, lo sfolgorio di un fuoco che pare non avere termine: tutto questo incendio sembra d'improvviso bloccarsi, avere una tregua, e sopra questa pellicola, sopra tutti i suoi fotogrammi impazziti, cresce nuovamente la tersità del vuoto, l'assenza, il nulla. E Alessandra Zorzi potesse volare, finalmente planare, anche su queste sue storie, su queste formelle antelamiche otto secoli dopo. Dove non i mesi, ma i fiotti e i germogli di una vita trovarsi adesso dipanati, distesi sotto la luce d'invetriata della sera piagata. Luce di tramonto perenne, che solo talvolta s'alterna con una appena più turchina, scandagliata e più riflessa. Ma tutto impastato, il languore triturato e strascicato del tramonto, come il franato gusto dell'alba, dentro la fanghiglia sollevata del tempo. Il vuoto del volo, l'ossessione della vita, la cicatrice del tempo.

 

 

Al termine della sezione immagini ci sono altri testi:

"Orbis pictus" di Gianni Contessi,

"Le vie della pittura" di Marcello Colusso,

"Teatrini del caos" di Gianpaolo Martelli

"Contaminatio" di Paolo Rizzi,

"Percorso" di Alessandra Zorzi,

"21 Marzo 2712" di Angelo Villa.